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LA RADIO DURANTE L’EPOCA FASCISTA

Nel 1914 Guglielmo Marconi riuscì a realizzare il primo apparecchio radiotelefonico, a seguito di una serie di esperimenti. Questo lo portò a studiare i sistemi di fasce a onde corte.

Tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, Marconi, rivestì un importante ruolo istituzionale durante il Convegno svoltosi a Como, nel 1927, e il Convegno di fisica nucleare di Roma, nel 1931. La fine della Prima Guerra Mondiale portò l’Italia ad un “livello socio-economico fra i più bassi nella storia d’Europa[1].

La guerra, infatti, condusse il Paese a rivedere il ruolo della scienza e ad usarla come se fosse un’impresa legata alla funzionalità delle sorti italiane. In Italia il settore elettrico e quello chimico furono i primi ad utilizzare la ricerca in campo industriale, mentre nell’ambito accademico si puntava sul lavoro svolto dalla figura del fisico matematico Vito Volterra. Quest’ultimo coordinò, nel 1919, il progetto di costruzione del CNR italiano.

Mussolini arrivò alla presa di potere. Egli portò all’esasperazione e alla banalizzazione la scienza in termini nazionalistici. In questo scenario decadde il filone accademico di Volterra per lasciare spazio a quello di Marconi. Nel 1928 Marconi fu presidente del CNR e nel 1937, questo ente, divenne un istituto di ricerca controllato dal regime.

Durante gli anni Trenta la radio italiana iniziò il suo decollo. Il fascismo dimostrò l’intenzione di usare la radio come mezzo di propaganda e di comunicazione, per accelerare il progetto di “fascistizzazione della società italiana[2] anche se, inizialmente, questo mezzo stentò a decollare perché Mussolini preferiva il contatto diretto con la folla.

Lo scetticismo di Mussolini derivò da tre fattori: il primo perché non tutti erano in grado di capire un determinato linguaggio, a causa dell’alto numero di analfabeti; il secondo fu la povertà che non permetteva l’acquisto di apparecchi radio e infine il terzo derivò anche dalla mancanza, in alcune zone, di energia elettrica sufficiente per accendere la radio. Ecco spiegato il motivo per cui, dagli anni che vanno dalla fondazione dell’Unione Radiofonica italiana nel 1924 al decennio successivo,  il fascismo utilizzò in maniera limitata questo mezzo di comunicazione, se non solo come diffusore dei discorsi di Mussolini, dando inizio al periodo di grande censura sui notiziari “la cui fonte esclusiva fu costituita per molti anni dall’agenzia di stampa del regime, l’Agenzia Stefani[3].

Nel 1933 vi fu l’apertura di Radio Scuola e di Radio Rurale. In quello stesso anno la radiofonia fece i suoi primi passi all’interno dello spazio scolastico. Si realizzarono sceneggiati radiofonici per bambini tanto che ogni stazione radio ebbe il suo programma pomeridiano dedicato ai giovanissimi.

Lo stato fascista impose all’industria la costruzione di un particolare apparecchio, denominato Radiorurale con il simbolo, posto sull’autoparlante, di due fasci littori fra le spighe di grano. Questo strumento era un ricevitore e venne promosso dall’ Ente Radio Rurale e destinato alle zone di riunione collettiva come, ad esempio, le scuole.

Si bandirono due concorsi relativi alla costruzione di altri apparecchi radio: il primo risaliva al 1931, dove si individuarono le caratteristiche tecniche dell’apparecchio e il secondo, nel 1932, dove si scelsero i costruttori. Questo tipo di radio doveva avere determinate caratteristiche come, ad esempio, la lunghezza d’onda media compresa tra i 200 e i 580 metri. I costruttori furono liberi di scegliere gli schemi e il numero delle valvole, ma dovevano garantire una potenza che permettesse la ricezione della stazione E. I. A. R più vicina e ben chiara e comprensibile. Successivamente si dovette provvedere “alla produzione di apparecchi a batteria e di quelli a corrente continua[4] prodotti dalla ditta Geloso. A questo concorso risultarono idonei 10 produttori: Allocchio e Bacchini, C. G. E., F. I. M. I (Phonola), Marelli, Safar, Savilgiano, Philips, Siemens, Siti – Acesa ed Unda. Con la fine dell’ideologia totalitaria fascista molte radio furono distrutte oppure ne furono tolti i simboli fascisti in essi riprodotti. La produzione di questo tipo congegni radio fu molto scarso e quindi molti di questi non furono acquistabili direttamente dai privati. Molti di questi dispositivi andarono distrutti e ai pochi pezzi rimasti furono attributi dei prezzi che lievitarono col passare del tempo.

[1] Maria Grazia Ianniello, Marconi e la comunità dei fisici italiani, articolo presente al seguente link http://matematica.unibocconi.it/articoli/marconi-e-la-comunit%C3%A0-dei-fisici-italiani-1927-1931.

 

[2] F. DE BERNARDI e V. SALADINI, Radio nel Fascismo, articolo reperibile al seguente link http://www.fmboschetto.it/didattica/90Radio/radionellastoria/Radio%20nel%20fascismo.html.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

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